Agostini

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C’è un pilota che ha iniziato a correre con il casco Cromwell e ha finito con quello integrale. Che ha vinto con i motori a quattro tempi e quando la classe regina del motomondiale ha visto debuttare i due tempi, ha subito vinto anche con quelli. Che ha battuto tutti i più grandi contro i quali ha corso:da Hailwood a Provini, da Taveri a Redman, da Pasolini a Bergamonti, da Barry Sheene a Kenny Roberts, da Sarineen a Read; come ha detto lui stesso, più di così non poteva fare. Per tutti lui è “il” campione di motociclismo: Giacomo Agostini, il 15 volte campione del mondo in soli dieci anni tra 350 e 500, meritatosi il primato di supercampione di tutti i tempi, dato che i suoi record in fatto di vittorie sembrano oramai ineguagliabili, basti pensare che ai suoi 15 titoli mondiali sono da aggiungere una serie di titoli nazionali (che quando “Mino”, così lo chiamano gli amici, correva avevano un notevole valore agonistico, dato che vi correvano anche i campioni del mondo) dal 1963 a 1976 per un totale di 18 titoli italiani. Giacomo Agostini non è però diventato campione per caso: la sua grande ambizione e una smisurata voglia di emergere, commista ad una dedizione assoluta e ad un talento non comune sono state le differenze tra lui e chi, magari, era un bravo pilota ma non aveva la necessaria concentrazione per mantenersi ad alti livelli agonistici. Pochi svaghi, pochi lussi, molta concretezza; forse un tipo di campione che noi, oggi, non siamo abituati a vedere. Poche chiacchere e gas: a due anni in bicicletta e a 19 la prima corsa con una Morini settebello 175 (certo, paragonato ai nostri baby piloti che debuttano a 15 anni nel mondiale Ago sembra aver esordito tardi, ma per l’epoca era un vero e proprio enfant prodige). A 21 anni vince il suo primo titolo italiano, diventando subito pilota ufficiale della Morini e sempre nel 1963 debutta nel mondiale a Monza, Gran Premio delle Nazioni classe 250 dove solo per il cedimento di un banale bullone della staffa reggi scarico, non centra la vittoria al debutto. La sua partecipazione a questa gara ha contorni rocamboleschi: lo stesso Alfonso Morini lo convoca per contrastare l’impressionante squadrone Honda capeggiato da Redman, ma non sarà sufficiente ad evitare la sconfitta della casa italiana. In realtà la Morini non dispone di una moto competitiva e così, grazie ai buoni uffici di Carlo Ubbiali (altro campionissimo), Ago abbandona a fine stagione la Morini per la MV Agusta entrando in squadra con Mike “the bike” Hailwood; il conte Domenico Agusta capisce subito che la convivenza di due galli nello stesso pollaio è difficile, così dirotta Ago sulla 350 dove il titolo gli scappa per poco, complice un banale guasto elettrico nell’ultima decisiva prova in Giappone. Sul circuito tedesco del Nurburgring matura comunque la prima affermazione iridata, felice conclusione di un week end movimentato che lo vide realizzare un tempo mediocre, rompere il motore e i suoi meccanici passare la notte in bianco per ripararlo. L’anno successivo, 1966, passa alla 500 mentre Hailwood cambia casacca e si accasa alla Honda. In Ago il desiderio di rivalsa nei confronti di Hailwood è enorme, l’anno precedente ha subìto la notevole personalità dell’asso inglese e adesso non vede l’ora di far vedere chi comanda. L’atto finale della stagione matura l’11 settembre a Monza, a pochi km da casa e dalla MV. Hailwood si presenta al via con 3 punti di vantaggio nel campionato, rinuncia alla corsa della 350 - dove ha già un vantaggio notevole - e si concentra nella mezzo litro. Non gli andrà bene. Davanti a 50 mila spettatori, tantissimi dei quali bergamaschi, Agostini, reduce dalla vittoria nella 350, dove ha doppiato tutti, compresi Renzo Pasolini e Alberto Pagani (mica micio micio bau bau…), recupera un’infelice partenza, raggiunge Hailwood e lo supera. Il 4 volte iridato non molla, realizza il giro più veloce a oltre 199 km di media (Monza aveva ancora la parabolica e nessuna variante) ma poi soccombe, la sua Honda rompe il motore e deve rientrare ai box a piedi. Per Agostini è il trionfo, il secondo - l’altro inglese Williams - finirà a due giri, l’autodromo brianzolo si trasforma in una bolgia festosa. Da qui in poi è una parata trionfale di titoli in 500 e 350. Nella 500 si ripete ininterrottamente fino al ’72, quindi per sette anni, tra il ’68 ed il ’72 raddoppia laureandosi anche nella classe 350; il binomio Agostini-MV Agusta diviene sinonimo di vittoria, il loverese salta da una moto all’altra con disinvoltura, guida pulitissimo, niente trucchi, molto rispetto per gli avversari e solo qualche scaramuccia, specie con Phil Read (anche detto “Phil di ferro”). Ma è anche l’inizio dell’Agostini personaggio di costume, ospite televisivo, attore, volitivo campione simbolo di successo acclamato dalle folle e dalle tante ammiratrici. Un po’ come Rossi adesso… In realtà Ago non si monta mai la testa, rimane concreto e concentrato nel suo lavoro e nella recita di questo personaggio un po’ guascone ma sempre vincente. Sono i suoi avversari che prendono invece a parlarne male: l’accusa più comune è quella di vincere per mancanza di mezzi meccanici all’altezza della sua MV. Del resto bisogna ammettere che spesso vince con un giro di distacco dal secondo e che gareggia con una 4 cilindri contro un nugolo di monocilindriche private…ma si sa che chi perde ha sempre torto. Di certo sarà impossibile per un altro pilota accumulare 15 titoli e 122 vittorie (68 in 500, 54 in 350), dato che in tempi moderni non è più ragionevolmente possibile, per l’impegno richiesto e per la diversità tecnica tra le varie classi del motomondiale, correre in più classi nella stessa stagione. La sua carriera ebbe una svolta tra il ’72 ed il ’74, quando i rapporti con la Casa di Cascina Costa si incrinarono. A determinarlo fu dapprima l’arrivo del funanbolico finlandese Jarno Saarinen (che perì in un tragico incidente, peraltro mai veramente chiarito, pochi anni dopo), che lo battè nel Gp di Nurburgring ’72 con la bicilindrica 350, poi, l’anno dopo, la sconfitta in campionato ad opera di un altro compagno di marca, l’inglese Phil Read, con il quale, tra l’altro, non correva buon sangue. Non digerì, in particolare, che in alcuni Gp a lui fosse affidata la vecchia 430 derivata dalla 350 e al nuovo arrivato la nuova 500 4 cilindri. Dopo 13 anni era arrivato il momento di cambiare aria, di passare dai 4 ai 2 tempi. Ed ecco il clamoroso accordo con la Yamaha (sì, esatto, come Valentino…). Il passaggio non è indolore ma Agostini sa il fatto suo e a Daytona, con una potente e scorbutica 750 provata pochissimo, batte l’astro nascente Kenny Roberts ripetendosi nella 200 Miglia di Imola. Nella 350 fa suo il 14° iride nella stessa stagione, nella 500 ripete l’impresa l’anno successivo. E’ l’ultimo grande exploit, da quel momento inizia la discesa, culminata nel ’77 con la caduta al Mugello, in occasione di una prova tricolore. Sarà un segno del destino? Sta di fatto che Agostini lascia, a 34 anni. Ha comunque ricevuto pochi anni prima una proposta dalla Ferrari per vagliare un suo passaggio in F1…indovinate chi ricorda? Smette anche perché Mino riceve e dà peso ad alcuni “avvertimenti” del destino: in una gara gli si rompe il motore quando è in testa, in un’altra grippa stranamente all’ultimo giro. Dolorosamente decide, quindi, di porre fine alla sua carriera agonistica. In realtà, può aver avuto peso in questa decisione anche il retaggio dell’incidente nel quale perse la vita Bergamonti, il suo compagno di squadra, nel 1971 a Riccione; Bergamonti cade nel tentativo di acciuffare Agostini. Vi muore. Ago ricorda a distanza di molti anni: “è stata una tragedia. Io sono partito in testa, ho preso un vantaggio si sette, otto secondi, Pioveva, era pericolosissimo, sembrava di andare sul ghiaccio. Mi sono calmato un attimo, visto che avevo un vantaggio. Invece di calmarsi anche lui, ha voluto venire a prendermi. Mi ha preso un secondo o due, forse tre. E’ arrivato a cinque secondi. Io ho reagito di nuovo. Pensavo: E’ così pericoloso, gli ho dimostrato che vado via, perché tira?”. Ho riaperto, ho ricominciato ad andare al ritmo che avevo all’inizio, e allora lui purtroppo è scivolato. Voleva battermi, ma quando ha visto che prendeva un secondo e mezzo al giro, avrebbe dovuto rendersi conto. Se ti calmi tu, mi calmo io, facciamo la nostra gara così. E’ stata una fatalità, perché è scivolato, e quel giorno potevo scivolare anch’io”. Dopo il ritiro dalle competizioni motociclistiche, decide di passare alle quattro ruote ma i risultati sono modesti; del resto forse lui stesso capisce di non avere più né l’età né lo spirito dei giorni migliori e taglia definitivamente con la professione di pilota. Saranno ancora le moto a fargli riassaporare il gusto del successo, in qualità di manager del team ufficiale Yamaha (dov’era anche Fiorenzo Fanali, grande tecnico fino a due anni fa in forza al team Yamaha Motogp ora alla Kawasaki)m, grazie alle vittorie dello statunitense Eddy Lawson nel mondiale 500 del 1984, del 1986 e del 1988. L’ultima delusione, però, è il non essere riuscito a recuperare appieno Freddie Spencer, suo pilota per un anno e anche l’ultimo pilota autore di una doppietta (250 e 500 nel 1985). Ago ingaggia nel 1989 Spencer nel suo team, ma i risultati sono fallimentari; ma di Fast Freddie, parleremo un’altra volta… Rimane da chiarire il vero valore, più volte messo in discussione, del primato di Agostini in fatto di vittorie. E’ vero che lui ha sempre avuto la moto migliore e che spesso si batteva con un mezzo ufficiale contro delle moto private, ma è anche vero che nella sua carriera ha battuto dei campioni del mondo come Hailwood (sicuramente uno dei 2 o 3 migliori di sempre), Redman, Sheene, Roberts, talvolta con moto al debutto agonistico o in condizioni svantaggiate. Credo che se il record di vittorie e di campionati vinti possa essere ritenuto ineguagliabile almeno per molti anni a venire, forse la palma di “più grande di tutti i tempi” Agostini debba giocarsela con Nuvolari, Hailwood (scomparso in un banale incidente automobilistico e a detta di Ago quello che gli ha dato maggior filo da torcere) e, soprattutto, Valentino Rossi (emblematica la dichiarazione di Wayne Gardner a proposito di Rossi un paio di anni fa: “you see Rossi race and you’re watchin’ history being made!”), pilota la cui carriera sembra avere alcuni interessanti punti di contatto con quella di Ago. Oggi Agostini è un tranquillo imprenditore, sposato con due figli, segue le corse con la sua presenza in molti Gp e medita silenziosamente di tornare a dare il proprio contributo sportivo quando la MV deciderà di mettere in pista una F4 1000 ufficiale nel WSBK. Rimane un punto di riferimento per tutti con la sua autorevolezza e il suo carisma.

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